Architettura Cortese. Centro studi di Tahanaout Marrakech, Marocco.


Tema.


Riflettere sulla semplicità. Ricostituire l’ordine. Riavvicinare la materia. Il ritorno alla natura e la riscoperta
del paesaggio. Ritrovare il silenzio, la luce, l’elementare, il necessario, l’archetipo. Rifiutare lo spreco.
Il ritorno alla composizione. Rilettura della tradizione e l’eredità della cultura dei progetti anonimi. Costruire
volutamente con pochi mezzi con la tecnologia del luogo, insieme alla gente del posto. Interrogarsi sulla
materia, lo spazio, la luce, la natura, il silenzio, la tradizione, il divino, il luogo, l’umano, il colore. Sono
stati questi i presupposti che hanno guidato il progetto di “un’ architettura cortese”.


Il luogo.


Un campo di due ettari con 120 ulivi che scende dolcemente verso il torrente. Davanti a portata
di mano c’è il muro della catena delle montagne dell’Alto Atlas in Marocco. L’altopiano scivola verso
est per 40 km fino incontrare Marrakech. La terra è rosso bruno intenso. Due fasce verdi dei giardini
coltivati ad ulivi sono incollati ai fianchi del torrente che si infila nelle gole delle montagne ad ovest
da dove soffia la brezza.


Il progetto.

I volumi delle costruzioni sono bassi, due piani, dei rettangoli irregolari dello stesso colore della terra,
a fatica superano le chiome degli ulivi. Si mimetizzano nel paesaggio. Sembrano essere li da sempre.
Hanno qualche cosa in comune con le case del villaggio vicino. Le finestre bucano le facciate ad
altezze diverse, sono di varie dimensioni, una composizione astratta. I tagli di luce diretta si insinuano
negli ambienti dalle strobature interne assimmetriche delle finestre. I pavimenti sono in pietra rossa
della valle dell’Ourika. I muri sono tirati a gesso secondo la tradizione Magrebina. Tutto il disegno è
ridotto all’essenziale. La materia, il colore, la luce sono i protagonisti.


La destinazione.


Gli spazi costruiti cominciano con la voglia dell’uomo di abitare e di trovare una risposta alle sue necessità.
In questo caso la motivazione del progetto è stata quella di creare un’architettura per il lavoro pronta
ad accogliere un centro internazionale di studi e ricerche, un archivio dedicato alla cultura del progetto
anonimo d’architettura e design, aperto a studenti, professionisti, ricercatori. Il centro intergrerà nei
prossimi anni altri piccoli appezzamenti di terreno dove sorgeranno costruzioni dedicate alle attività didattiche.
Si è ridotta la scala del costruito ad una dimensione contenuta ed intima, per favorire la riconciliazione con
la natura del luogo senza sopraffarla. La piantagione di ulivi già esistente è diventato un grande giardino.





Courteous Architecture. The Tahanaout Study Center Marrakech, Morocco.


Theme.

Reflecting on simplicity. Reconstituting order. Returning to the material. The return to nature and a rediscovery
of the landscape. Rediscovering silence, light, the elementary, the necessary, the archetypical. Refusing waste.
Returning to composition. Rereading the traditions and inheritance of a culture of anonymous projects. Intentionally
building, with limited means and local technology, together with local peoples. Inquiring oneself about the material,
space, light, nature, silence, tradition, color, the Divine, the site, the human. These were the presuppositions that
guided the project, “Courteous Architecture.”


The Site.


A two-hectare field with 120 olive trees that descends gently towards a river. Above, seemingly close enough
to touch, stand Morocco’s High Atlas mountains. The plateau slides east for 40 kilometers, reaching Marrakech.
The earth is an intense reddish brown. Two green strips of cultivated olive gardens are wed to the banks of
the river which threads its way into the heart of the mountains to the west, from which a light breeze blows.


The Project.

The volumes of the construction are low, two-stories high, formed of irregular rectangles that are the same color
as the surrounding earth, and struggle to reach above the foliage of the olive trees. They blend into the countryside,
and seem to have been there forever. They have something in common with the houses of the nearby village. The
windows break the faćades at different heights and are of various dimensions; an abstract composition. Rays of direct
light work their way into the environment through internal apertures that are asymmetrical to the windows. The
flooring is red stone from the Ourika valley. The walls are dressed in gesso according to the Magrebina tradition.
The entire design has been reduced to its essentials. The materials, colors and light are protagonists.


The Destination.


Constructed spaces begin with man’s desire to live and find answers that respond to his needs. In this case the project
was motivated by a desire to create an architecture for work that is ready to host an international study and research
center; an archive dedicated to the culture of anonymous projects in both architecture and design, open to students,
professionals and researchers alike. Over upcoming years the center will integrate other small land plots on which
constructions dedicated to didactic activities will be built. The scale of the constructed structure was reduced to a
contained, intimate dimension in order to enable the edifice to be reconciled with the surrounding natural landscape
without overwhelming it. The pre-existing olive orchard has become a large garden.